Francesco Ripoli

Provenire dal mare ha aggiunto alla mia passione per il disegno la dinamica dell’acqua, muovere una matita su di un foglio è per me paragonabile ad una pratica di meditazione. E’ come un bisogno fisiologico. E’ il mezzo di comunicazione che ho scelto fin da bambino. E’ un imprescindibile strumento di indagine e progettazione, fonte di nuovi stimoli e ancora di salvezza.

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I visibili effetti del capitalismo sull’evoluzione umana.
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L’amore ai tempi del lockdown.
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Passeggiando distratti nella post-verità [*] non è difficile precipitare in una delle molte menzogne lasciate in giro.

[*] Post truth (post-verità) è il termine che definisce il paradosso contemporaneo per il quale una notizia falsa (fake news) può essere percepita e accettata come vera, spesso sull’onda dell’emotivitá o a causa di pregiudizi, senza alcuna analisi sulla veridicità dei fatti e tantomeno sulla validità delle fonti. Ma anzi selezionando ed estrapolando dal contesto solo gli elementi che confermano le proprie convinzioni.

Nell’epoca della post-verità, non sapendo più distinguere il vero dal falso, si rischia costantemente di farsi un’idea distorta della realtà.

Coltivare il dubbio rimane l’unico antidoto.

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Silent Muses Sea.
In mare ci si sente più leggeri, il galleggiamento, il fondale cha cambia, il passaggio di banchi di pesci, danno come l’illusione di volare in un cielo liquido. In sospensione tra due mondi. Ogni volta un viaggio ancestrale, tra creature appartenenti ad un diverso piano di esistenza, il cui canto muto accende l’immaginazione.
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Lasciarsi attraversare dal flusso di coscienza durante il nuoto è un esercizio a lasciare andare. A non aggrapparsi a pensieri troppo pesanti, dannosi per un buon galleggiamento.
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PLASTICENE
L’impronta ecologica che ognuno di noi lascia sulla Terra è ormai talmente profonda già negli anni ottanta fu coniato il termine Antropocene per definire l'epoca geologica attuale, in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana.
Qualcuno ha poi iniziato ad identificare una sua sottosequenza, il Plasticene, ovvero l’era della plastica, nella quale siamo immersi fino al collo.

Il riciclaggio delle plastiche è a mio avviso un alibi degli speculatori che rischia di minimizzare il problema e non educa a comportamenti virtuosi. E’ dimostrato infatti che nel mondo solo circa il 20% delle plastiche viene riciclata, che molta della plastica che usiamo non è smaltita correttamente e che prima o poi questo materiale inizia il suo inesorabile viaggio verso il mare, dove si degrada in pezzi sempre più piccoli, fino a trasformarsi in quelle che vengono definite microplastiche, spesso quasi invisibili ad occhio nudo. Insomma quando un materiale plastico si è completamente disintegrato, non ha affatto finito di nuocere.

Si stima che solo l’1% delle macro o microplastiche sia visibile in superficie e che il restante 99% fluttui a profondità di centinaia di metri, rendendo invisibile all'occhio l’estrema gravità del problema, così i cuori non dolgono.
Ma la presenza di microplastiche nei mari è sempre più diffusa, alcuni report dimostrano come le microplastiche siano continuamente ingerite dagli organismi marini e trasferite poi lungo la catena alimentare, determinando effetti fisici e tossicologici sugli organismi marini fino a danneggiarne la fertilità, la crescita e la sopravvivenza. E sarebbe bene tenere a mente che in fondo alla catena alimentare ci siamo noi.
Altrimenti sappiamo già come va finire...

Vi lascio qui sotto un link da copiare, si tratta di un calcolatore dalla nostra personale impronta ecologica legato al consumo di materiali plastici. Provate a compilarlo!
https://www.omnicalculator.com/ecology/plastic-footprint

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Sostituzione etnica.

All’attuale denominazione di “monouso”, con la quale si intende un oggetto progettato per un singolo utilizzo e che l’attimo dopo diventa magicamente spazzatura, preferisco la vecchia locuzione “usa e getta”, che lascia meglio intendere il valore che attribuiamo ai nostri gesti.

Fu giusto 120 anni fa che la la prima lametta da barba usa e getta apparve sul mercato. Fu il primo usa e getta della storia ed apriva la strada all’applicazione in molti altri settori dello stesso principio. A distanza di più di un secolo dalla bella iniziativa, oggi sperimentiamo la spiacevole sensazione di non sapere come gestire la marea di rifiuti che l’economia dei consumi ha generato per imporsi come modello di riferimento.

Sebbene ogni evidenza tenda ormai a scoraggiare questa via, a tutt’oggi l’idea dell’usa e getta è accettata e ritenuta una sorta di conquista irrinunciabile per l’uomo moderno, come se lo liberasse dalla responsabilità sulle proprie azioni.
Oggi circa il 40% della plastica mondiale è prodotta per imballaggi usa e getta. La produzione mondiale di plastica è in continua crescita e non accenna a diminuire. E i materiali plastici usa e getta sono ancora (e inspiegabilmente) ritenuti materiali economici, democratici, familiari, come se fossero sempre esistiti. Come se non lasciassero traccia. Si pensa poco all’impatto ecologico che ogni nostro acquisto ha sull’ambiente che condividiamo. Perciò i rifiuti domestici generati da ognuno di noi contengono quantità sempre crescenti di rifiuti usa e getta, generalmente in plastica.

Non so cosa ne pensiate ma molto di ciò che si potrebbe fare dipende da ognuno di noi, limitando, rifiutando di acquistare o boicottando prodotti confezionati con materiali non compatibili con la vita, ma anche imparando ad avere bisogno di meno stronzate.

Perché in mare c’è già più plastica che pesci.

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Portare sugli scudi è un’espressione derivata dell’antica usanza (databile all’epoca del tardo impero romano) con la quale si acclamava trionfalmente un condottiero e che spesso equivaleva all’investitura di un nuovo imperatore. Lo scudo, che funge da piedistallo, deve essere necessariamente sorretto da più persone per avere stabilità. Sono dunque gli altri che hanno il potere di dare forma e stabilità a qualsiasi tipo di leadership, progetto o avventura. Un rapporto delicato che si nutre di fiducia reciproca, senza la quale il tonfo è inevitabile.
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